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Riflessioni sulla didattica a distanza (pandemia Covid-19)

Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella,
Al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte,
Al Ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina,
Al Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana,
ai Dirigenti Scolastici interessati

Spettabili Istituzioni,

scrivo questa lettera aperta per condividere alcune riflessioni sull'adozione della didattica a distanza nelle scuole secondarie in occasione della pandemia dovuta al virus SARS-CoV-2, ai più nota come Covid-19. In alcuni casi, per motivi personali, farò riferimento alle scuole secondarie di primo grado situate nella provincia di Varese, regione Lombardia.

Considerando la complessità dell'argomento, al fine di giustificare la presente argomentazione, cercherò di motivare e giustificare la mia posizione, nella speranza che il messaggio venga compreso dal suo punto di vista ideologico e metodologico, e non come lettera di protesta. Inizierò quindi con un breve richiamo sul concetto di logica fuzzy, nota anche come "logica sfumata", poiché essa rappresenta il pilastro fondante dell'argomento.

La logica fuzzy è un'ideologia di ampio respiro che può essere espressa in termini sociali, normativi, matematici e scientifici. Essa viene applicata con particolare successo nel campo della produzione di elettrodomestici intelligenti, nella robotica e domotica, nel software utilizzato per pilotare droni, per realizzare reti neurali e in molti algoritmi di machine learning. La logica fuzzy consiste nel prendere atto che la visione in "bianco e nero" della realtà circostante è un'illusione vecchia di millenni (potremmo dire di stampo aristotelico, o booleano). Il mondo reale, la realtà fisica e sociale attorno a noi, è costituito da una infinità di toni di grigio, senza netti confini tra vero e falso. Nel suo libro Il fuzzy pensiero. Teoria e applicazioni della logica fuzzy, Bart Kosko suggerisce come molti degli odierni problemi sociali siano riconducibili al fatto che il modello culturale e normativo sono tutt'ora formulati rigidamente in termini di bianco e nero, anziché essere espressi in modo più flessibile, ovvero fuzzy. Questo argomento non è affatto fuori luogo, anzi: è perfettamente pertinente alla materia normativa. La legge italiana lo ha già applicato in un caso noto a tutti: la patente a punti.
La patente a punti è un bellissimo esempio di applicazione della logica fuzzy al codice stradale: prima di tale normativa la patente poteva solo che essere valida, scaduta o ritirata (diciamo "bianca", "nera" o "rossa"). Con l'adozione della nuova patente, ogni punto aggiunto o tolto alla stessa rappresenta una "tonalità di grigio", che ne colloca lo stato tra due condizioni estreme (bianca: valida, oppure nera: invalida).

Detto questo posso passare all'argomento vero e proprio: le normative scolastiche adottate durante la pandemia.

Il primo dubbio è il seguente: perché i decreti restrittivi messi in atto per arginare la pandemia in oggetto passano da un estremo all'altro, in alcuni casi obbligandoci ad attuare comportamenti che aumentano i rischi di contagio?
Mi spiego: ho approvato con un certo sollievo la notizia che ha collocato la Lombardia in zona rossa le scorse settimane, perché la ritenevo un'azione doverosa e necessaria. Considero giusto chiudere alcune scuole e procedere con la didattica a distanza, sia per motivi di sicurezza, sia di sviluppo culturale. Innovazioni di questo tipo sono forse gli unici aspetti positivi della crisi che stiamo vivendo, e credo che dovremmo approfittare il più possibile della situazione attuale per compiere un balzo in avanti sia come società, sia nella metodologia formativa. Quindi ben venga il divieto di andare a scuola. Ma adesso, che la Lombardia sta per tornare in zona arancione, non mi capacito di capire perché diventa obbligatorio che ogni alunno torni alla didattica in presenza. E' in questo contesto che mi piacerebbe vedere applicata la logica fuzzy: non sarebbe meglio per tutti se la presenza a scuola venisse organizza in modo diverso? Ad esempio in modo più flessibile, ovvero secondo una scala di "toni di grigio"?

Prima di proporre alcune soluzioni alternative, vorrei precisare che non sono esperto né di normativa né di diritto legislativo, e che le mie proposte sono semplicemente le riflessioni scaturite dalla mia limitata esperienza di insegnante e formatore (circa dieci anni di esperienza, di cui solo due come docente di scuola secondaria di secondo grado), di programmatore software (più o meno vent'anni di esperienza) ed ex-scienziato (laurea in fisica). Le seguenti proposte sono quindi frutto della mia ignoranza (nulla è impossibile per colui che non deve farlo), ma ritengo comunque importante condividerle, nella speranza che esse possano essere da spunto per idee migliori delle mie, o ispirare persone più competenti di me.

Didattica in streaming: mi risulta che in molte scuole italiane sia presente un computer quasi in ogni aula. In particolare, nella scuola secondaria di primo grado frequentata da mia figlia, è presente un computer portatile in quasi tutte le aule, che assumo quindi essere dotato di connessione WiFi e webcam integrata. Non si potrebbe aprire un canale in streaming per ogni aula, ad esempio tramite Google Classrooms o altra piattaforma, in modo che tutte le lezioni frontali vengano contemporaneamente trasmesse online? Ciò permetterebbe alle singole famiglie di decidere, su base volontaria, se mandare il figlio a scuola o se procedere con la didattica a distanza. Capisco che non tutti questi dispositivi siano funzionanti, ma se abbiamo speso migliaia di euro per acquistare dei banchi a rotelle, vorrei sperare che possiamo investire mezz'ora di tempo per risolvere i problemi di connettività di qualche computer, che resterebbe altrimenti un pessimo investimento. Adottando una modalità flessibile, quei genitori che per motivi di lavoro o familiari non reggono di buon grado la didattica a distanza, sarebbero liberi di mandare i figli a scuola. Al tempo stesso, le persone come me, che invece preferiscono non correre rischi e vedono nella didattica a distanza solo che vantaggi, sarebbero esonerate dall'obbligo di esporre i proprio figli (e quindi se stessi) ad ulteriori rischi di contagio. Ne seguirebbe che le classi sarebbero meno affollate, e i rischi di contagio inferiori per tutti. Questa metodologia potrebbe comprendere anche la presenza in classe a turni, specialmente in occasione delle verifiche orali, esclusivamente per quegli studenti per cui è prevista la verifica in quella data.

Metodologia eterogenea: sono cosciente del fatto che l'Italia è un paese estremamente eterogeneo dal punto di vista dei materiali a disposizione delle scuole. Esistono istituti fortunati, dotati di computer in ogni aula e degli indispensabili banchi a rotelle, e altri meno fortunati, dove forse esiste un solo computer funzionante in tutta la scuola, e la connessione ad internet è pura fantascienza. Torniamo così alla questione della logica fuzzy. Perché mai una direttiva nazionale o regionale deve essere uniforme sull'intero territorio? Non si potrebbe dare più autonomia ai dirigenti scolastici, affidando loro il compito di decidere se la scuola è in grado o meno di supportare la didattica a distanza?
Si potrebbe procedere con una logica di valenza della normativa più restrittiva: se la scuola di trova in zona rossa, allora deve giocoforza lasciare gli studenti a casa. Ma se si trova in zona arancione, e se dispone delle infrastrutture per proseguire con la didattica a distanza, un istituto potrebbe decidere di applicare la metodologia "in streaming" (vedi sopra). Ciò su decisione (e responsabilità) del dirigente scolastico stesso. Questo sarebbe un bellissimo esempio di "normativa fuzzy", che porterebbe grande prestigio all'Italia, collocandoci tra le nazioni più progredite e civilizzate del mondo intero.

Responsabilizzazione dei genitori: nel caso che le proposte sopra elencate siano impraticabili, o che siano solo un parto della mia ignoranza delle norme vigenti, si potrebbe comunque pensare di responsabilizzare i genitori sulla questione dell'obbligo di frequenza. Una coppia di genitori potrebbe valutare di essere in grado di aiutare i figli (per un breve periodo) a proseguire le lezioni in modalità da auto-didatta, rispettando i programmi ministeriali, il piano di lavoro del docente ed eventuali indicazioni dei Piano dell'Offerta Formativa dell'istituto. Siamo nel 2020, e ottenere informazioni sulle discipline somministrate a livello di scuola secondaria è piuttosto facile. Credo che molti genitori laureati non avrebbero difficoltà nell'aiutare i figli a leggere le spiegazioni sui libri di testo, integrarle con informazioni su Internet e farsi mandare i compiti da svolgere a casa, senza disturbare il corpo docente. Questo dovrebbe essere particolarmente vero per la scuola primaria e per la scuola secondaria di primo grado. Ancora una volta torniamo all'ideologia fuzzy. Non sto proponendo che tutti i genitori debbano improvvisarsi mentori o tutori dei propri figli, ma che la legge potrebbe, in via straordinaria, solo per questo periodo, permettere ai genitori di scegliere se mandare il proprio figlio a scuola oppure se rimboccarsi le maniche, firmare un atto di responsabilità formativa nei confronti dello Stato, impegnandosi a colmare la lacune formative dello studente. Tale atto di responsabilità potrebbe anche prevedere che, in caso di bocciatura dell'alunno (o di eventuali debiti formativi a fine anno) i genitori siano gli unici responsabili della limitata istruzione ricevuta dai loro figli, rinunciando espressamente a qualsiasi diritto di rivalsa contro lo Stato.
Mi rendo conto che ciò implicherebbe il rischio di contrarre un debito formativo su scala nazionale, ma credo che questo sia il male minore, se rapportato al fatto che mandare i figli a scuola può essere interpretato come una minaccia alla salute (o addirittura alla vita) dei genitori stessi, e soprattutto dei parenti più anziani conviventi.

Sui cavilli normativi: assumendo che tutte le proposte sopra elencate siano impraticabili per motivi legali, vorrei raccontare della mia esperienza in occasione dell'adozione delle procedure di smart working. Lavoro come consulente informatico per un ente europeo che prevede (o meglio: prevedeva) espressamente il divieto di lavorare da casa per i consulenti. Eppure, a marzo 2020, in occasione del primo lock-down nazionale, l'ente ha impiegato meno di due settimane per abrogare la disposizione precedente, allo scopo di permettere anche a noi consulenti di scegliere se lavorare da casa. Mi rendo conto che le questioni nazionali sono più complesse di quelle di un singolo ente, ma mi aspetterei comunque che - in tempi ragionevoli - il governo sia in grado di emanare i decreti leggi necessari ad aggirare i cavilli burocratici che impediscono di adottare soluzioni come lo streaming a distanza o la responsabilizzazione formativa da parte dei genitori. In otto mesi siamo riusciti ad emanare decine di decreti, moduli di auto-certificazione e svariati toni di colore per le diverse regioni. Vorrei sperare che - assumendo ci sia la volontà di migliorare l'istituzione scolastica - non sia solamente un cavillo legale a bloccare la rivoluzione socio-culturale in atto.

Mi rendo conto che le proposte qui sopra possano sembrare fantascienza, e ribadisco di essere ignorante degli aspetti normativi. Eppure, nella mia ignoranza, nell'arco di una domenica mattina, ho scritto questa pagina per condividere le prime soluzioni che mi sono venute in mente: com'è possibile che le varie commissioni tecniche del governo siano in grado di passare solamente da un estremo all'altro, alternando l'obbligo dicotomico di stare a casa con l'obbligo di andare a scuola? Nell'ipotesi che le mie proposte siano solamente una provocazione, sapreste almeno spiegarmi se sono state prese in considerazioni soluzioni di natura fuzzy? Se la risposta è "sì", perché non sono state adottate? Perché, pur essendo nel XXI secolo e in piena emergenza sanitaria, siamo ancora schiavi di logiche vecchie di millenni? Perché non facciamo altro che passare da un obbligo di assenza ad un obbligo di presenza? Possibile che nessuno sia in grado di proporre una normativa che ci faccia compiere un balzo in avanti nel settore della formazione, come abbiamo fatto vent'anni fa per il codice stradale, con l'introduzione della patente a punti?

Sul tema della sfida al rinnovamento metodologico e tecnologico, vorrei riportare un aneddoto di cui sono stato testimone nel biennio 2006-2007. In quel periodo ero responsabile dei corsi ECDL per i dipendenti del MIUR, presso le sedi di Firenze, Vicenza e Milano. Durante una lezione frontale, mentre illustravo il funzionamento di una casella di posta elettronica, venni interrotto da uno dei discenti, che si espresse pressapoco così: "Permetta. dott. Adriani, ma quello che sta spiegando è solo una perdita di tempo. Ho anni di esperienza presso il ministero, e posso assicurarle che non sarà mai possibile inviare comunicazioni ufficiali in formato digitale. C'è sempre bisogno di un timbro, di un numero di protocollo e di una firma. In rari casi è tollerato l'uso del fax. Quello di cui lei sta parlando è affascinante, senza dubbio verrà utilizzato in futuro, ma è impossibile che prenda piede prima di un secolo". Queste parole forse oggi fanno sorridere, eppure ebbi modo di ricevere critiche simili in diverse occasioni. E parliamo di appena quindici anni fa.

Oggi stiamo affrontando una sfida simile, abbiamo già messo in piedi la didattica a distanza, e in alcuni casi sta funzionando perfettamente. Ci sono dei problemi, è vero. La soluzione è scomoda per molte famiglie e per alcuni docenti. Ma perché fare marcia indietro, proprio adesso che abbiamo compiuto il passo più difficile? Invece di tornare in toto alla didattica in presenza, obbligatoria per tutti, non sarebbe meglio cercare di aiutare chi ha difficoltà nel mettere in atto la didattica a distanza? Ogni intervento in questa direzione sarebbe un progresso, un passo avanti verso il futuro, anziché un ritorno al passato. La didattica a distanza sta vivendo un'occasione unica: è stata già avviata e collaudata, al prezzo di enormi difficoltà. Perché fare marcia indietro proprio nel momento critico? Perché non propendere per una soluzione ibrida, lasciando ad ogni scuola, o addirittura ad ogni singola famiglia, la responsabilità di decidere in autonomia quale didattica mettere in atto?

Prima di concludere, in omaggio alla visione del famoso neuro-scienzato Antonio Damasio, di cui mi permetto di consigliare la lettura del libro L'errore di Cartesio, vorrei precisare che la mia posizione ideologica è probabilmente motivata da un percorso emotivo interno del tutto personale. In particolare: ammetto di temere per la mia salute. Non tanto per me stesso, quanto per il fatto che mia moglie è disoccupata e mia figlia minorenne, quindi, nel caso di una mia prematura dipartita, il loro futuro sarebbe seriamente compromesso. E' in quest'ottica che trovo grottesco mettere a rischio la mia vita, obbligandomi a mandare a scuola la figlia nel momento in cui la provincia di Varese è ancora prossima al picco nella curva dei contagi attivi. Preferirei essere libero di rischiare che mia figlia venga promossa con un voto mediocre, o che abbia qualche lieve lacuna scolastica negli anni a venire. Accetto volentieri di saperla un po' meno preparata del previsto, piuttosto che sotto un ponte. Ed è sempre in quest'ottica che ho trascorso le ferie a casa, rinunciando alle vacanze estive, anche se proprio quest'anno ne avrei potuto godere per la prima volta dopo diverso tempo (gli ultimi dieci anni sono stato limitato dal pendolarismo e quattro traslochi). Negli ultimi otto mesi ho cercato di mantenere uno stile di vita responsabile, rinunciando ad ogni attività sociale, uscendo solo per andare al supermercato o per visite mediche inderogabili. Organizzo la spesa in modo che ogni articolo entri in casa solo dopo aver transitato per una coda di oggetti in quarantena. E tutto questo per cosa? Per ritrovarmi poi obbligato a mandare mia figlia in classe, a rischiare ogni giorno di essere contagiata? Cos'è, il danno oltre la beffa?

A chi vorrebbe mitigare i miei timori precisando che "la scuola è il posto più sicuro", vorrei sottolineare che, per quanto il personale scolastico faccia un eccellente lavoro nel far rispettare le distanze, indossare i dispositivi di protezione individuali e sanificare gli ambienti, sappiamo bene che la permanenza nello stesso ambiente chiuso - dopo appena poche ore - rende elevate le probabilità di contagio. Lo dimostrano svariati studi, ne cito giusto un paio:

Perciò affermare che "la scuola è il posto più sicuro" è vero forse per quegli italiani che continuano ad uscire nel fine settimana, frequentano gli amici o fanno i "furbetti" evadendo dal proprio comune, anche quando collocati in zona rossa. Al contrario, per le famiglie come la mia, che hanno modificato il proprio stile di vita per ridurre il rischio di contagio, rinunciando a ogni contatto sociale non necessario, la scuola rappresenta la principale minaccia per la salute. Specialmente perché non tutti la pensano come me, e non tutti si comportano in modo responsabile. Per quanto i ragazzi siano controllati in classe, ho visto spesso assembramenti all'ingresso e all'uscita della scuola, così come ho visto studenti scambiarsi la merendina durante l'intervallo nel piazzale, alle spalle del docente impegnato a far mantenere le distanze al resto della classe (non possiamo pretendere che gli insegnanti abbiano gli occhi anche dietro la schiena). Per non parlare del fatto che sono in molti ad aver mandato i figli a scuola, pur sapendo di aver contratto il virus, ma da quanto mi risulta sono davvero pochi i cittadini ad essere stati accusati di tentata strage. Di questa stregua, in Italia ci saranno sempre più vittime che colpevoli.

Laveno Mombello (VA), 30/11/2020

In fede,

Stefano Adriani