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Sorprese

Settembre 2012

Ogni delusione è figlia di un'illusione

Sorpresa?

In questi mesi sono tornato fuori dalla Matrice.
Avevo bisogno di uscire a prendere una boccata d'aria, giusto un attimo, il tempo di capire 1) perché non riesco a starci dentro 2) se gli ultimi anni li ho passati più dentro o più fuori 3) da che parte voglio stare. Se sapessi con certezza dov'è il confine della Matrice, se avessi elaborato la consapevolezza della realtà fin a tal punto, non starei qui a parlarne con voi.
Sto seminando dubbi nella speranza fioriscano risposte.
La natura della Matrice mi è chiara, anche se il suo legame con la realtà è un po' confuso, per il momento. Ma il mistero più grande riguarda la definizione del confine. Quando siamo dentro la Matrice? Quando ne siamo fuori? C'è un confine preciso, un solco tracciato nel terreno, oppure è un confine sfumato, di natura Fuzzy? Io lo immagino fuzzy, etereo e sfuggente. Siamo tutti un po' dentro la Matrice, chi più chi meno, perché ogni realtà minoritaria è una porzione della realtà maggioritaria. Come dire: ogni fenomeno di nicchia è comunque un (piccolo) fenomeno sociale.
Bisogna uscire per indagare la natura del confine. Non conosci il mare se lo guardi dal fondo dell'oceano. E' necessario emergere, cambiare punto di vista, nuotare tra le onde e sentire l'odore del sale. Spero, dall'esterno, di scorgere la linea sottile che separa i matriciali dai ribelli. L'idea è restare fuori almeno sei mesi, forse un anno. Nella mia testa, e forse solo lì, questo è il modo migliore per capire quali valori mi appartengono, e quali no. Cercare il solco ai confini della realtà e segnarlo per bene: metterci dei paletti, o una bella fila di bandierine rosse.

Quando uscii la prima volta, vent'anni fa, ero un guerriero votato alla distruzione della Matrice. Misuravo con gioia e dolore ogni risvolto della battaglia. Vedevo il metro guadagnato e il metro perso, ma non mi guardavo attorno. Ho visto brandelli di confine sgretolarsi e rinascere, fuggire rapidi alle spalle, ma non ho mai abbracciato con lo sguardo l'intero confine. Adesso, col senno di poi, ho intenzione di compiere misurate accurate. Voglio trovare il confine, dentro e fuori di me. E già che ci sono, finché sto fuori dalla Matrice, posso verificare che le istruzioni del Manuale di Uscita dalla Matrice siano ancora valide.

Molte istruzioni del Manuale riguardano l'arte del viaggiare. Viaggiare obbliga a cambiare prospettiva. Non serve andare all'estero, basta muoversi. Certo, conoscere nuove culture è bene, vedere altre realtà pure, ma "viaggiare" nel senso matriciale costa. Non sto parlando di low-cost, last-minute, bred & breakast, couch-surfing o campeggio. Fuori dalla Matrice non esistono vacanze, né ferie, né viaggi turistici. Fuori dalla Matrice persino la pizzeria è un lusso, da concedersi un paio di volte l'anno, per festeggiare. Sto vaneggiando di povertà assoluta? No, mi spiace, è il solito tranello dell' interpretazione. Fuori dalla Matrice non esistono né povertà né vacanze, perché la vita stessa è una vacanza.
Non esistono avventure, perché la vita è un'avventura. E in quanto al viaggiare... beh, questa è la parte più facile. Si cammina tanto, si fa spesso autostop, si scoprono luoghi e persone di cui non avreste mai immaginato l'esistenza. Magari proprio dietro casa vostra.

Morfeo autostoppista

L'autostop, come la vendita porta a porta, mi ha insegnato molto. Se viaggiare apre la mente, l'autostop è un divaricatore anale applicato tra i lobi frontali. In senso metaforico, ovviamente. Ne sono talmente convinto che l'altro giorno, sull'onda dell'entusiasmo, l'ho fatto di nuovo. Non ne avevo veramente bisogno, avrei potuto aspettare qualche ora in stazione, chiedere se c'era un autobus, ma ho voluto sperimentare. Il Manuale di Uscita dalla Matrice va verificato punto per punto, con precisione scientifica, in prima persona. Lungi da me l'idea di pontificare insegnamenti scaduti il millennio scorso. Così ho deciso di tornare a casa a piedi, con molta calma, mettendo in conto una camminata di un paio d'ore.
Ero nello stato mentale perfetto per l'autostop: assenza di aspettative. M'ero tuffato nel panorama urbano, annusavo l'asfalto, sentivo l'energia dei piedi che macinavano il terreno. Gli alpini sono tornati dalla Russia, a piedi. Renzo è andato a comprare il pane a Milano, a piedi. L'esercito di Annibale ha attraversato mezza Europa, a piedi. A quel punto, quando sei immerso nella bellezza delle marcia, nella soddisfazione dell'autosufficienza, nella gratitudine verso le divinità che più ti piacciono, puoi alzare il pollice. E quasi speri che non ti raccolgano troppo presto.
Purtroppo, se ci credi, funziona. Tempo mezz'ora e m'hanno tirato su. Ho conosciuto un metallaro matriciale, ascoltato buona musica, viaggiato su un auto di lusso. Mezz'ora prima avevo un problema (i treni soppressi), mezz'ora dopo ero in vacanza.
Non esistono problemi, ma opportunità.

Le città sono piccole. Padova si attraversa in un'ora, se rimani nei pressi della mura, in due se la attraversi da parte a parte. Milano è un po' più impegnativa, ma non impossibile. In due o tre ore arrivi ovunque.
- Ma chi ha tre ore per camminare, Morfeo? Il tempo è denaro!
La solita obiezione dei matriciali convinti. Finché sei nella Matrice lavori otto ore al giorno e non hai tempo. Quando esci il tempo ti avanza e il problema non sussiste. Il denaro è convenzione, la carriera è convenzione, non possiamo farci nulla. Ma il tempo per nostra fortuna è soggettivo, possiamo gestirlo noi. Nella Matrice si usa il tempo per fare denaro, fuori si usa il denaro per comprare tempo. Fuori dalla Matrice spazio e tempo seguono regole diverse, e guarda caso, portano sempre lungo strade poco battute.

Morfeo docente

Anche l'ultima affermazione è stata oggetto di verifica. Qualche mese fa, armato di camicia e cravatta, avevo ricevuto l'incarico di andare a Milano, in via Caldera, per tenere un corso di formazione. Ero arrivato a Lotto poco prima delle nove, seguendo le parole del capo: "C'è una navetta da Lotto, Morfeo. Ti porterà direttamente in sede".
Uscito dalla metropolitana la navetta non c'era. Un bravo matriciale, il giorno prima, avrebbe guardato la cartina degli autobus. Oppure avrebbe tirato fuori uno smartphone per interrogare la rete e capire dov'era la fermata. Ancora più semplicemente, avrebbe chiesto informazioni. Fuori dalla Matrice si ragiona in modo diverso. C'era un sole stupendo ed era una magnifica giornata d'inizio estate. L'aria era fresca, io pieno d'energia. Non conoscevo la zona, che dal punto di vista non-matriciale è bene: un posto nuovo, tutto da esplorare.
L'opportunità di un'avventura urbana completamente gratis.

Sull'onda dell'entusiasmo decisi di andare a piedi. Unico aiuto: una cartina di Milano dei mondali di calcio Italia '90. Dopo nemmeno un chilometro mi scontrai con la realtà: tra Lotto a Caldera c'erano dei lavori in corso, la strada era bloccata anche ai pedoni, i cartelli suggerivano sbarramenti e deviazioni.
Non esistono problemi, ma opportunità.
Affidandomi alla Milano anni '90 iniziai a guizzare tra viuzze sconosciute. Ad un certo punto mi apparve un cartello "stadio" e la mia mente volò ai mondali di quell'anno, quand'ero ben dentro la Matrice. In quell'occasione vidi a San Siro Germania - Emirati Arabi e Germania - Messico. Alla prima partita partecipai vestito da arabo, alla seconda da ufficiale dell'Aeronautica, ma questa è un'altra storia. Riemergendo dal mondo dei sogni mi ritrovai davanti a San Siro, quello vero. Le strade erano deserte, il sole una sfera di fuoco. Era mercoledì, verso le dieci di mattina, Milano brulicava di persone ma io non incontravo anima viva. Dovetti avventurarmi in un cantiere edile, per trovare un operaio a cui chiedere informazioni.
Quel giorno arrivai in Via Caldera con venti minuti d'anticipo, abbronzato e rilassato. L'unico rammarico, svantaggio permanente della pillola rossa, era stato il costante vigilare introspettivo delle mie scelte: avevo sbagliato a non cercare la navetta? Avevo camuffato la misantropia con voglia di avventura? La nausea dell'interazione sociale con voglia d'indipendenza?
Per restare fuori dalla Matrice bisogna osservarsi di continuo, evitare di raccontarsela, togliere gli scheletri dall'armadio ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.
Avevo sbagliato? A volte basta chiedere. Terminato il corso, mi rivolsi al cliente.
- Dove prendo la navetta per Lotto, al ritorno? Stamattina l'ho fatta a piedi, ma adesso ne farei volentieri a meno...
- Non c'è più la navetta per Lotto. L'hanno spostata a Bisceglie a causa dei lavori in zona San Siro. Avresti potuto cercarla per ore, non l'avresti mai trovata.
Istinto uno, ragione zero. Proviamo con la seconda domanda.
- E quanto costa?
- E' gratis. Parte ogni venti minuti da qui sotto.


Mappa Italia '90

Ecco l'ennesima conferma che stare fuori dalla Matrice non è questione di soldi, né di lavoro, ma è solo una questione di valori. Dentro la Matrice un autobus ha un valore, di solito pari al prezzo della corsa; fuori dalla Matrice una camminata vale più di qualsiasi biglietto, persino di quelli gratis. Fuori dalla Matrice non esistono regole rigide. Quando c'è da rimboccarsi le maniche, si lavora venti ore di fila. Quando c'è da andare a piedi, si cammina sotto il sole e la pioggia. E quando c'è un autobus gratis davanti ai tuoi occhi, a portata di mano, a volte è bene salire.
C'è una morale? Come no, anche due.
La prima morale l'ho già detta: fuori dalla Matrice spazio e tempo seguono regole diverse. Quel giorno attraversai a piedi un tratto di strada che per il matriciale medio milanese (sigla: m.m.m., onomatopea del muggito) è lungo, lontano e scomodo. Fuori dalla Matrice invece è breve, corto e comodo.
La seconda morale è che la vita è piena di sorprese. Nella mia mente mi aspettavo una navetta e un biglietto da pagare. La realtà mi sorprese con la mancanza di navetta e relativo biglietto. Una piccola discrepanza, un indizio apparentemente banale, ma capace da solo di far crollare l'intero pensiero nichilista.


Il concetto di sorprese serve a identificare il confine della matrice. Abbiamo già spiegato che ogni realtà si colloca all'interno della Matrioska della realtà, perché ogni realtà è sia virtuale che convenzionale. Nonostante ciò, noi esseri umani viviamo nell'illusione di una realtà stabile, e ciò avviene grazie ai meccanismi dell' interpretazione, del contesto e della fede. Dulcis in fundo, abbiamo parlato della cosiddetta realtà scientifica, spiegando che anch'essa è solo un'ipotesi, un atto di fede metafisico che nessun esperimento potrà mai dimostrare (Popper docet).
Alcune persone, percorrendo questa strada, cadono nel nichilismo: siccome l'unica realtà "sicura" è quella soggettiva, vien da pensare che la nostra esistenza potrebbe essere uno scherzo, un'illusione, un prodotto della mente. è vero, non possiamo dimostrare che le altre persone, coloro che percepiamo "esternamente" a noi, abbiano un'esistenza oggettiva. Sembra una posizione paranoica, ma ciò non significa che sia sbagliata. Ad essere freddamente logici, cinici, e razionali l'unica realtà "vera" è quella creata dalla nostra mente. Da questo punto di vista (direi cartesiano) le uniche "verità" sarebbero le sensazioni, le percezioni, le emozioni, i pensieri e gli schemi mentali, ovvero le rappresentazioni concettualizzate del "mondo esterno".
A mio parere quest'approccio nichilista è confutato dall'esistenza delle sorprese. Non posso dimostrarlo, ma posso provare a convincervi. A mio vantaggio vanto una discreta conoscenza del mondo onirico. In qualità di Signore del Sogno conosco le realtà prodotte dalla mente (o almeno quelle della mia realtà soggettiva) e devo dire che nei sogni le sorprese sono davvero poche. Può capitarci di volare, di cambiare sesso, di parlare con un defunto o passare da un luogo all'altro in un battito di ciglia. La nostra mente riuscirà sempre a spiegare la cosa, senza imbrogliarsi nelle catene né della logica, né del buon senso. Non parlo di spiegazioni razionali, ma di accomodamenti emotivi, "storie" che in qualche modo giustificano ogni stravaganza onirica.
Nei sogni possiamo provare paura, pentimento o disperazione; ma soffriamo per la situazione, non per l'assurda incoerenza della storia. A volte ti rendi conto della stranezza dell'esperienza, ed ecco che la mente mette tutto a posto agendo su un livello superiore: falsi risvegli, sogni nel sogno, giustificazioni irrazionali e sogni lucidi.

Quando la realtà è un prodotto della mente, è difficile esperire sorprese

Le sorprese fanno parte della vita diurna, e sembrano svanire in quella onirica. Alcuni nichilisti estremi potrebbero replicare che, se la vita fosse un sogno, ciò di cui sto parlando ora non sono i veri sogni, ma solamente sogni di secondo livello. Altri risponderebbero che durante un'esperienza onirica i dettagli sono sfocati, oppure non è possibile leggere una parola scritta: da questi "fatti" si dovrebbe dedurre che la nostra vita non può essere un sogno. Ragionare in questi termini significa supporre a priori che la vita non sia un sogno, ovvero assumere che la nostra conoscenza degli indicatori onirici sia relativa ai "veri" sogni. Una tautologia, insomma.
Per fortuna non ci interessa sapere a quale livello di sogno corrisponde un'esperienza onirica. Potrebbero esserci dieci, cento livelli di sogno e altrettante realtà. La nostra affermazione resta comunque valida, perché una delle maggiori differenze tra ciò che chiamiamo "stato di veglia" e ciò che chiamiamo "esperienza onirica" è la frequenza delle sorprese.
Non serve affermare che l'esistenza delle sorprese implichi una qualche realtà uguale per tutti. Per quel che mi riguarda ognuno potrebbe vivere nella sua realtà soggettiva (che può in parte controllare) ed esperire sorprese generate da una sua realtà esterna (che non può né controllare né prevedere). è in quest'ottica che il Manuale d'uscita dalla Matrice definisce il concetto di Realtà Esterna, corrispondente all'entità (più o meno metafisica) dove si trovano le cause delle sorprese.

Realtà Esterna

La dissonanza cognitiva tra mondo concettualizzato e mondo percepito è una caratteristica tipica della realtà soggettiva. Tali "dissonanze" (accezione negativa) o "sorprese" (accezione positiva) suggeriscono che la realtà soggettiva, pur restando un effetto della mente, sia in qualche modo influenzata da cause esterne, indipendenti dalla mente.
Chiameremo l'insieme di queste cause Realtà Esterna, senza attribuire a tale entità alcun valore né assoluto, né oggettivo, né metafisico.

La Realtà Esterna è solo un nome. Un concetto. Non importa se esiste davvero, se è oggettiva o se dipende dall'osservatore. è un termine comodo perché serve a comunicare meglio. Approfondiremo presto il concetto, evidenziandone il legame con la Matrice.

Ma torniamo adesso alle sorprese, magiche cartine tornasole della realtà. Gli imprevisti, gli accidenti, le delusioni, i tradimenti. Mi viene in mente Novecento, di Baricco. Il dialogo fra il chiodo e il quadro, la scelta di una data, un giorno, un'ora un minuto, il secondo preciso dalla sorpresa. Quando il quadro si stacca dalla parete. Fran! è un brano famosissimo, che contiene perle di saggezza e poesia. Le sorprese. Quando trovi il lavoro dei tuoi sogni, ma è completamente diverso da come te lo aspettavi. Quando l'amore ti delude, e lo accusi di aver distrutto un castello di carte e poesia. Quando cammini per strada, e un lampo d'acciaio ti investe. Quando ti svegli una mattina, squilla il telefono, e tuo padre non c'è più.
Ogni delusione è figlia di un'illusione. Se il mondo ci delude, se le persone ci fanno arrabbiare, se la vita ci sorprende, significa che la realtà non si adegua alle nostre illusioni.

Le sorprese confutano sia le posizioni assolutiste, dove la realtà è unica e immutabile, sia le posizioni nichiliste, dove l'unica realtà è quella soggettiva. Ecco perché io sto nel mezzo: sono possibilista, un po' perché mi piace, un po' perché mi sembra la conseguenza di un ragionamento sensato. Mi piace percepire il mondo privo di verità e pieno di possibilità. Godo nel cogliere le sfumature di grigio, per nulla spaventato dall'assenza di bianco e nero. Senza verità assolute mi sento libero. Non mi interessa sapere com'è veramente il mondo, quello "vero", invisibile ai nostri occhi. Non ho paura perché penso, quindi sono. Cartesiano? No, lapalissiano.