Software
Formazione
Links & dritte
 
Sistemi
Elettronica
Matematica
Tai Ji Quan
Giada Adriani
 
Tesi
Appunti
Recensioni
 
Pillole
Racconti
Romanzi
Ospiti
 
Giochi
Eventi
Work-e
Ma.Ste.R.
 
Links
Cerca
Chi sono
Contatti
Mappa del sito
Arrows down Arrows up

Discussioni

Novembre 2010

Ogni discussione è una discussione sulla Realtà

La notte che morì mio padre c'era la luna. Piena, appesa sopra la neve. Immaginate un velo di ghiaccio sottile steso sulle colline, sotto un faro d'argento mortale e un silenzio di tomba. Glaciale, siderale e allucinatamente bianco. Spettacolo per innamorati, trionfo della natura, un panorama che in altre occasioni mi avrebbe toccato il cuore, inspirato eternità e magia. Invece lui, quella notte, smetteva di esistere.
E' tutto qui il problema.
Essere o non essere. Vero o falso. Reale o illusorio.
Qualsiasi sofferenza, problema, conflitto o delusione è una discussione sulla Realtà. Ciò che è vivo, certo, oggettivo non si discute. Tutte le altre cose, quelle che sono fuori dall'attimo presente, dal qui ed ora, sono opinabili e fonte di controversia. C'è chi ripone piena fede in qualche divinità e così facendo crea la Realtà Assoluta nella propria mente. In tal caso l'assoluto esiste, perché la realtà soggettiva è comunque una realtà, nel gioco delle matrioske. Altri, invece, non vogliono o non riescono a credere nell'Assoluto, e pertanto esso, nella loro Realtà, non esiste.
Quindi Dio esiste e non esiste al tempo stesso. Diciamo che dipende. Quando esiste, per alcuni, allora non dipende, perché in tal caso esiste in modo Assoluto. Quando non esiste, per altri, allora dipende. La causa della (apparente) contraddizione va attribuita all'eccessiva tolleranza di atei e razionalisti, che oltre a non credere in alcun dio, rispettano pure ci crede, creando così un gran casino. Se gli atei fossero un po' più assolutisti, nel loro ateismo, forse la disputa religiosa sarebbe più interessante, o almeno più divertente. Mazzate a go-go e roghi sparsi sul sagrato.
Comunque io qualche certezza ce l'ho. Del fatto che mio padre non esista più, ad esempio, sono praticamente sicuro, anche se sento la sua voce nel buio, il suo amore nella luce e ci litigo tutte le volte che ancora mi vesto da elfo. E' successo proprio l'anno scorso, mentre celebravo Semaine, offrendo pane e vino al suo fantasma, nel primo anniversario della morte. Lui si è materializzato nella roccia, spaventandomi non poco, e mi ha detto
- La smetti con 'ste monate?
La seconda certezza è che ogni discussione è una discussione sulla Realtà. Noi litighiamo, ci arrabbiamo, soffriamo perché non conosciamo la Verità. Allora ci chiediamo "Qual è lo scopo della vita?", "Dio esiste?", "Chi sono veramente?", "Lei mi avrà tradito?", "Che decisione prendo?", "Cosa voglio davvero?". Altre volte la vita non gira come dovrebbe, o meglio, come vorremmo. Allora si crea un conflitto tra Realtà e aspettative, e ci domandiamo "perché le cose vanno sempre male?", oppure "perché lei mi ha lasciato?".
E' il conflitto cognitivo di Piaget, l'ignoranza di Socrate, il sangue sul velo di Maya. Ma il vero problema, a mio parere, non è la natura di saponetta della Realtà, ma la ferma convinzione di coloro che credono di averla afferrata, almeno in parte, e sorridono chinati sotto la doccia, senza sapere cosa gli aspetta. Poveri loro, ma soprattutto, povera Realtà.

Nel 1995 iniziai il mio viaggio nella povertà. Per cinque anni tirai a campare con settecentomila lire al mese, meno di quattrocento euro al giorno d'oggi, tutto compreso. E quando dico tutto, intendo proprio tutto: affitto, mangiare, tasse universitarie, bollo, assicurazione, benzina, vestiti e compagnia bella. Non è difficile, basta organizzarsi, rinunciare ai desideri e vivere di quel che capita, non è neanche male. L'unico problema sono le altre persone. Se rifiuti l'invito ad una festa, se non partecipi ad un regalo di compleanno, se non vai in settimana bianca con gli amici, nessuno crederà che sia solo questione di soldi.
- La verità è che non ti interessa partecipare, Morfeo.
Da un punto di vista è vero. Se mi fosse interessato andare a sciare almeno cinque giorni l'anno, avrei potuto lavorare un po' di più e cambiare stile di vita, per concedermi il piacere di far scricchiolare la neve sotto gli scarponi. Invece, all'epoca avevo tripartito la settimana, senza distinguere tra feriali e festivi: quattro ore di lavoro, quattro di studio, quattro ore di svago, circa e in media, tutti i giorni. A volte distribuivo venti ore lavorative nell'arco della settimana, altre volte me le sparavo tutte in un colpo solo, dentro un week-end-full-time-productive.
Per andare a sciare almeno cinque giorni all'anno avrei dovuto abbandonare il modulo 4-4-4 a favore di un modulo più produttivo, ad esempio un 6-4-2 o addirittura un 8-2-2. Ciò avrebbe significato dimezzare le ore di svago o le ore di studio, o addirittura entrambe.
Approssimiamo l'anno solare a 360 giorni e facciamo due conti.

  • Modello Morfeo fuori dalla Matrice: 120 giorni di lavoro, 120 giorni di studio, 120 giorni di svago [NdA: per lo svago fuori dalla Matrice non servono i soldi].
  • Modello Morfeo dentro la Matrice: 240 giorni di lavoro, 60 giorni di studio e/o 60 giorni di svago. Premio produzione: una fantasmagorica vacanza di 5 giorni sulla neve fresca.

Conclusioni: in primis, lo studente lavoratore che decide di andare a sciare, almeno cinque giorni l'anno, impiega il doppio del tempo a laurearsi. Secundis, lo studente lavoratore che vuole anche sciare baratta sessanta giorni di svago semi-gratis (ad esempio giochi di ruolo, cacce all'elfo e serate danzerecce nei circoli arci con birra portata da casa) con, udite udite, addirittura cinque, dico cinque, fantastici giorni di settimana bianca.
E' una scelta opinabile, concordo. A me sembra ovvia, ma io sono malato e non faccio testo quindi, per rispetto degli altri punti di vista, vi lascio col beneficio del dubbio. La mia è la scelta di Massimo Troisi, che davanti al giorno da leone o ai cento giorni da pecora, preferisce i cinquanta giorni da orsacchiotto. Il vero punto dolente, nel mio caso, non era che gli amici non approvassero la scelta o che non la capissero, ma che non ci credevano. Secondo loro era impossibile vivere con meno di quattrocento euro al mese, quindi, come corollario, non dicevo la verità. E giù a discutere, a litigare: ma dai vieni, ti dico che proprio non posso, però vai a ballare, sì ma compro la birra al supermercato, ma va là non ci credo, è roba da pezzenti.
Essere fuori dalla Matrice significa dare valore a cose che per la maggioranza delle persone valgono poco, e viceversa, rinunciare a cose che per la maggioranza delle persone sono irrinunciabili o addirittura scontate. Non c'entrano né la società, né il sistema. Io lavoravo, producevo e pagavo le tasse, quindi ero nel sistema. Andavo in giro, vedevo gente, facevo cose, quindi appartenevo alla società. Semplicemente ero estraneo allo schema di valori condiviso, e forse proprio per questo, nessuno era interessato a condividere la mia Realtà.

Tutte le discussioni sono discussioni sulla Realtà. Il guaio è che nessuno ha la minima idea di cosa sia, la Realtà, anzi: il guaio è che molti, forse troppi, credono di conoscerla, e cosa ancora peggiore, sono pure sicuri che la loro idea di Realtà sia quella giusta. Se davvero fosse così, se esistesse davvero una Realtà oggettiva, allora non si capisce perché qualche milione di deficienti spreca il proprio tempo a discutere di calcio, politica, guerra, religione, amore, vizio e coerenza. Persino gli scienziati e i matematici non riescono a mettersi d'accordo, sulla Realtà.
Non sto dicendo di vivere come ho fatto io, fuori dalla Matrice, trasversalmente alle diverse Realtà. E' un'esperienza deleteria, si rischia di dubitare della propria esistenza con la stessa facilità con la quale dubiti del sesso degli angeli. Però, magari, si potrebbe essere un pochino più umili, tolleranti e flessibili. Avete mai visto una persona convintissima d'un fatto, pronta a giurare sulla tomba di famiglia, a scommettere la propria vita su una certezza che poi si è rivelata infondata? Avete presente quei poveracci che giurano davanti alla telecamera che il figlio, fratello, cognato o suocero è innocente, per poi essere smentiti da una confessione e uno scheletro nell'armadio? Oppure uno scienziato affermare "è impossibile" pochi mesi prima che un nuovo esperimento riuscisse a dimostrare il contrario? Avete mai discusso con qualcuno sicuro d'aver ragione, quando voi sapevate la verità, ma non potevate dirla per qualche motivo? Avete mai provato a registrare, su nastro o diario, le vostre più ferme certezze e riascoltarle poi a distanza di un anno?
Io sarò malato, ma sin da bambino ho imparato una lezione: non importa se l'ho visto coi miei occhi, non importa se l'ho studiato a scuola, se lo verifico tutti i giorni o se lo insegno da vent'anni. Di qualsiasi cosa io sia convinto, so che potrei essere in errore. Si vive bene lo stesso, basta capire che le nostre certezze sono atti di fede, e non verità assolute. Basta smettere di usare parole come "sono sicuro", "te lo garantisco" oppure "è una realtà indiscutibile". E' sufficiente cambiare tutti i "dovrebbe" con "potrebbe". Basta diventare possibilisti, tolleranti e critici con se stessi, senza rinunciare alle proprie idee, ma portandole avanti come si cresce un figlio. Con amore, cura e pazienza, ma senza alcuna certezza.
Perché tanto più crediamo di avere in pugno la Realtà e la Verità, tanto più esse diventano fonte di litigio, astio, dolore e separazione. Succede nel piccolo e nel grande, in amore e in filosofia, nella scienza e nell'arte. Ma soprattutto accade tra le persone che si vogliono bene.

Han diceva che era soggettivo, ognuno ne mette quanto vuole, Leila diceva che era oggettivo, l'acqua andava a livello della valvola. Due giorni di vacanza in montagna, due giorni di discussioni su quanta acqua mettere per fare il caffè. Egoisticamente parlando io ero più deluso dalla totale mancanza di neve, ma per fortuna non avevo gli sci e nemmeno i soldi per lo skipass, quindi non avrei sciato comunque. Almeno vitto e alloggio erano gratis, a patto di sopportare l'onnipresente questione della moka. Che non era poi così male, a ripensarci, perché io all'epoca il caffè non lo bevevo, così in quell'occasione imparai giocoforza ad apprezzarlo.
- Assaggia questo, Morfeo ... è o non è meglio?
- E questo? Che mi dici di questo?
Certo, c'erano altri problemi alla base del rapporto tra Han e Leila, ma alla fine della vacanza la coppia non c'era più. Svanita in una bolla di realtà come l'aroma d'una miscela dimenticata sotto il sole. Rimasi talmente sconvolto che, se la memoria non m'inganna, non chiusi occhio per altri due giorni. Ma forse era solo colpa del caffè.

In laboratorio, verso le cinque di pomeriggio, si faceva il . Non il tè in bustina, per carità. Manciate di legno, radici e foglie essiccate, rigorosamente senza zucchero, per veri uomini e vere donne. Roba da intenditori, palati raffinati, persone con un certa cultura e amore per le cose buone. Poi mi capitò di invitare dei colleghi a studiare a casa mia, e di proporre una pausa tè. A casa avevo le classiche bustine del supermercato, con miscele banal-popolari che ero avezzo servire con offerta di zucchero, limone o batuffolo di latte.
- Ma sei matto, Morfeo, ci metti il limone?
- E lo zucchero? Ci metti lo zucchero?
- Ma così copri il sapore del tè!
Sopportai la litania un paio di volte, poi decisi di tentare un esperimento. Preparai il classico tè in bustina, aggiunsi qualche etto di zucchero e limone, e tirai fuori la storiella dell'esploratore.
- Vi ho mai raccontato che mio padre, nei suoi viaggi in giro per il mondo, ha scoperto una bevanda indo-pakistana praticamente sconosciuta in Italia? Una cosa incredibile, si beve calda, ma sembra quasi una limonata, dolce e aspra al tempo stesso. Volete assaggiarla? Si chiama Limonè.
Il gruppetto di veri intenditori si bevve tutto il mio litro di tè caldo zuccherato al limone, elogiando la cultura indo-pakistana, leccandosi i baffi e chiedendo pure il bis.

Una volta partecipai ad un congresso di presunti maghi, a Bologna. M'aspettavo grandi discussioni sulla gestione del potere, i pericoli del mestiere, l'etica della stregoneria. Invece fu un lungo, continuo, estenuante sciorinare di prove, racconti, fatti e testimonianze sull'esistenza del soprannaturale, cosa che personalmente avrei dato per scontato. Fu come iscriversi ad un corso di cucina e passare i primi due giorni a dimostrare l'esistenza della forchetta (perché l'esistenza del cucchiaio, purtroppo, è un problema ancora irrisolto). Per non annoiarmi uscii a fare due passi e mi esercitai a mandare tormente di neve su San Luca, tanto per non perdere la mano.
La tesi è perciò simmetrica: se ogni discussione è una discussione sulla realtà, allora ogni realtà è oggetto di discussione.

Quando suonavo la chitarra nei Tears on Cotton, facevamo blues. Un blues nero, non seduto, che faceva lavorare il mojo e piangere le vedove. Sincopato. Di giorno, invece, studiavo. La mattina a lezione, il pomeriggio sui libri, dopocena ripetevo a voce alta. Sotto esame studiavo anche il sabato e la domenica, fino a notte fonda. Ad un certo punto dissi "basta, mi ci vuole una distrazione". La distrazione fu una chitarra folk prima, fenderstratocastermadeinusa (con manico in palissandro) poi. Amplificatore valvolare, ovvio.
Suonavamo una sera a settimana. Poi salimmo su qualche palcoscenico, facemmo qualche soldino. Suonammo pure coi Mr. Blues and Texas Fire, che all'epoca erano il massimo, nel padovano. Una volta a settimana, per le prove, non bastò più. Iniziammo a trovarci due sere alla settimana. Il successo andò crescendo, col successo crebbero le richieste, e a ruota la crebbe la questione del numero di prove settimanali.
- Tre sere non posso, ragazzi. Devo studiare.
- Non raccontare balle, Morfeo. Nessuno studia dopo cena.
(nessuno? non è un pochino pretenziosa, come affermazione?)
- Io sì, ragazzi, ve lo giuro. Prima di suonare con voi, studiavo addirittura tutte le sere ...
- Compresi sabato e domenica, sotto esame, ce l'hai già detto.
(allora perché lo devo ripetere?)
- Non ce l'ha racconti giusta, Morfeo. Studiare è come lavorare, fai le tue otto ore, poi la sera stacchi e ti rilassi. Dicci la verità, preferisci uscire con la morosa o guardare la tivù, vero?
(morosa? tivù? Studio Fisica, è già un miracolo se ho imparato a farmi le seghe da solo)

Aveva ragione Aetius il Vecchio, quando spiegava che dire la Verità non serve a nulla: o non credono a quello che dici, o si offendono per la tua mancanza di buona educazione.
Aveva ragione Aetius il Giovane, quando diceva che ognuno deve difendere la Verità che sente nel cuore, ma perché la sente vera, non perché lo è.
Aveva ragione Zagreus, quando diceva che la Verità non è conoscibile, perché la mente serve solo a pre-occuparci del futuro ed è un'eterna fonte di menzogna.
Non mi disse però, la triade, che per ingoiare la pillola rossa basta un attimo, ma per digerirla occorre una vita intera. Né mi disse, la triade, che la Realtà e la Matrice si compenetrano l'una nell'altra, nel gioco delle matrioske, per cui esse sono, in una certa misura, la stessa cosa. La triade non parlò nemmeno della malattia, propulsore della mia uscita dalla Matrice, e di come essa sarebbe peggiorata, anziché guarita, là fuori. Anche se, finché sei fuori, i sintomi restano assopiti.
Ma soprattutto la triade non mi disse che, uscendo dalla Matrice, avrei visto coi miei occhi come la Realtà sia una mera illusione. Perché l'unico modo di conoscere un sogno è svegliarsi.


< Precedente    Inizio    Successivo >