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Fantasy sport

Marzo 2010


Dietro la curva un brusio di voci. Sussurri, più che voci, quelli che i briganti vorrebbero tener per sé, carezzando lame di coltello e ringhiando a denti stretti, denti marci. Ma stavolta i loro sussurri erano volati via, avevano girato la curva, cavalcato il vento, disturbato parecchi granelli di polvere e giunti infine alle nostre orecchie.
- Hai sentito?
- Sì. C'è qualcuno, dietro la curva.
- Un'imboscata?
Il guerriero carezza la spada, occhi bassi e aguzzi, come le sue intenzioni. Il chierico tocca nervosamente alcuni gingilli magici, forse prepara un incantesimo, forse prega il suo dio, forse sta semplicemente facendo gli scongiuri. Il mago sorride, come se nulla potesse fargli paura, e questo non mi piace: un mago senza paura è un incosciente, non è un mago.

Mentre gli altri confabulano, sbirciano oltre la curva, ponderano frasi diplomatiche e attacchi suicidi di massa, i miei occhi rotolano giù la per la discesa. Corrono tra gli alberi, passano sotto i cespugli, carezzano i roveti nascosti nell'ombra e inseguono l'abisso oltre la collina.
Un richiamo irresistibile.
- Io passo per sotto, nel bosco, e li prendo alle spalle.
- Sotto dove?
- Laggiù, sotto il sentiero.
- In che senso?
Eccolo, il padre di ogni verità, artefice di ogni esperienza, motore di tutte le emozioni umane.
Senso, significato, simbolo e valore.
Quando il senso è scontato, la vita è triste. Quando la realtà è assodata, non la viviamo. Quando ci stiamo dentro, non ci interessa. Allora giochiamo, tifiamo, fingiamo. Giochiamo per vivere l'esperienza sia dentro che fuori, sapendo che non è vera. Magari lo sembra tantissimo, ma in fondo sappiamo di fare finta, tutti assieme, e di poterlo persino dire.
- Dici per finta?
- No, lo faccio davvero. Sembra facile. Io vado.
Lascio il gruppo a confabulare e parto, parole strategiche si sgonfiano nell'aria dietro me, mentre scarto dal sentiero penetrando la macchia d'alberi e cespugli - fingiamo di non averli visti - saltello nell'erba - no, ormai sanno che siamo qui - m'aggrappo ad un biancospino - forse non ci hanno visto - impreco togliendo le spine e capisco perché gli elfi parlano agli alberi - andiamo avanti e facciamo i cordiali - incespico, rimbalzo, afferro un ramo e volo sopra un tronco marcito al sole - le voci del gruppo si perdono nel bosco.
Eccomi solo, vestito da elfo, lontano dal sentiero. Ma è giorno fatto, l'autunno è caldo, sono nel fiore dei mie venticinque anni e ho già una Caccia all'Elfo alle spalle. Una corsa fuori pista è una bazzecola, una passeggiata, sono sceso di cinquanta metri in meno di due minuti.
E poi sono armato.
Impugno una padella passata sotto il rullo compressore, leggera come una piuma e ingombrante come un paio di cuscini infeltriti. La padella consiste in un tubo di PVC, quelli che si usano per nascondere i cavi elettrici in garage, qualche fetta di materassino da ginnastica, tagliato a forma di spadone trapezoidale, una dose generosa di bostik, che per metà è servito a tenere insieme tutti i pezzi, per metà ad offrirmi un trip gratuito e soprattutto legale. L'arma è tenuta assieme dal nastro adesivo metallizzato, quello che gli idraulici usano per fasciare i tubi degli scarichi mentre sbirciano le cosce della casalinga di turno, un po' come i pedofili guardano le bambine succhiare i lecca-lecca: una mera questione deontologica.
Sbuffando e sbandierando la mia arma giocattolo sono arrivato gagliardo ben lontano dal sentiero. Ora basta saltare il ruscello, fatto, trovare la direzione, fatto, scavalcare un paio di rovi, fatto, correre in salita verso il sentiero per arrivare alle spalle dei briganti.
Ho detto bazzecola? Passeggiata, ho per caso detto passeggiata? Com'era la storia, pant, dell'allenamento, puff, i venticinque anni, gosh, gagliardo e armato, argh arfh, quando finisce 'sta cazzo di salita, uff, qui mi viene un infarto, gulp, altro che elfo, mariiii pietà nuncelafò.
Già vedo l'articolo sul giornale. Ritrovato cadavere di un ragazzo in abiti elfici, stroncato da un infarto, sui Colli Euganei, probabilmente un folle. Il corpo è stato rivenuto tra i rovi, poco lontano dal sentiero. Accanto al corpo è stata trovata un'arma in gommapiuma, di quelle usate nei giochi di ruolo dal vivo. Un altro chiaro, netto, inconfutabile esempio di come i gioco di ruolo possano essere pericolosi per i giovani d'oggi. Addirittura mortali.

Un'accusa rivolta spesso ai giochi di ruolo è di essere "roba da nerds". Magari è vero, ma qualcuno potrebbe obbiettare che 1) la tradizione nerds vanta membri del calibro di Leonardo da Vinci ed Albert Einstein 2) il gioco di ruolo più diffuso al mondo si chiama "mondo del lavoro" e ci giocano quasi tutti, almeno qui da noi 3) esistono giocatori di ruolo bravi e meno bravi, sfigati e meno sfigati, tecnici e teatrali, da tavolo e dal vivo.
Un cosa è dire "il mio elfo corre nel bosco in salita, brandendo la spada e saltando i cespugli in cerca del sentiero, portandosi sulle spalle uno zaino con provviste, lanterna, acciarino, pozioni della salute, grimorio, pentole, padelle, piatti, posate, bicchiere e coperta".
Un'altra cosa è farlo live.
Comunque è vero: il gioco di ruolo fa male. E' gratis, sviluppa la fantasia, diffonde cultura e produce realtà condivisibili e condivise. Altro che cinema, televisione, calcio, formula uno, musica, moda e costumi sociali. Quella è roba vera, concreta, oggettiva. Quando un pallone entra in rete è gol per davvero, per legge fisica, mica per convenzione. Se fosse un'esperienza virtuale si potrebbe, che ne so, annullare una partita di calcio a tavolino. Che assurdità! Quando è rete è rete, mica è finto. Sarebbe come prendere un delfino (in rete), venderlo al mercato (a tranci) e poi dire "Ops, è nulla, non era una pescata valida". Resuscita delfino, dai! Resuscita!
Certo, lo sanno tutti: arte, sport, carriera, denaro e moda sono convenzioni, esistono solo nella testa delle persone. Per questo fa male. Il cuore si stringe quando sento partire il registratore, click, quello che le persone tengono nella testa. Dici una parola e loro sono già in quarta, sintonizzati sulla registrazione di quello che già sanno. Il denaro è convenzione, bla bla, i colori sono un prodotto della mente, bla, tutto è convenzione, bla bla, ma sono seghe mentali, bla bla bla, basta guardarsi attorno, bla bla, bei discorsi, certo, ma la realtà è un'altra cosa.
Eppure, quando la convenzione è in minoranza, quando il valore di una realtà condivisa è apprezzato da pochi, zingari, barboni, omosessuali, immigrati o giocatori di ruolo, allora improvvisamente tutti si ricordano che è finzione, e quindi tempo perso.
Le persone sane si mettono d'accordo e dicono "facciamo che io ero un manager, e che tu eri un impiegato", e poi "facciamo che adesso ti promuovo, ti aumento lo stipendio e ti intesto pure una villetta in riva al mare". Facciamo? Facciamo.
I pazzi invece si mettono d'accordo e dicono "facciamo che io ero un mago, e che tu eri un elfo", e poi "facciamo che sei passato di livello, ti aumento i punti esperienza e ti faccio pure conquistare un castello incantato". Ma allora facciamolo, tutti assieme, gettiamoci in quest'orgia di realtà promiscue e figliamo nuove convenzioni, cose tipo "facciamo che tu quest'anno tu sei fuori moda, quest'anno vanno i nani, sei out, gli elfi sono roba vecchia". Ah si? Allora "facciamo che voi nani non potete più fare birra durante un gran pieno, ma dovete finire la gara con una botte sola, come ai tempi di mio nonno". Facciamo? Facciamo.
Il bello è che se la convenzione viene rispettata da milioni di persone, invece che dieci sfigati, essa diventa, magicamente, realtà oggettiva. Si possono quasi vedere le leggi della fisica e della chimica adattarsi, discutere negli abissi insondabili dell'iperuranio, lassù, o laggiù, da qualche parte insomma, e mettersi d'accordo.
E' gol? Sì. Allora imprimo sugli atomi della coppa il nome dei vincitori. No, aspetta. Aspetta cosa? Potrebbero annullarlo. Possono? Certo, è un gioco, se decidono di dargli un altro significato, l'esito dell'azione cambia. Davvero?, che storia! Eh già, i valori sono un'invenzione dell'uomo, un prodotto della fantasia, convenzioni accettate dalla massa. E questo vale per ogni genere di valore? Sì, quasi tutti. Hai detto quasi? Sì, ci sono delle eccezioni. Davvero?, e quali?
Le minoranze della realtà.

I giochi di ruolo fanno paura. Come gli zingari, Zagreus e i sognatori. Fanno paura perché mimano la fragilità convenzionale della Matrice. Mettono a nudo il meccanismo della finzione, dimostrano che basta la fede di poche persone et voilà, diventa tutto vero. La Matrice non lo può accettare, non è permesso inventarsi la realtà, decidere sulla carta di avere un grado militare, un titolo di studio, un certificato di matrimonio, un rogito dal notaio o un conto in banca. Queste cose sono oggettive, devono essere oggettive, la gente deve poterci credere, sudare per ottenerle e poi crogiolarsi nel successo.
La brutta notizia è che è davvero tutto finto, come in un gioco di ruolo. La bella notizia è che ci giocano quasi tutti, inneggiando la solita regola del pompino reciproco, dove se tu credi alla mia casa con giardino, allora io credo al tuo conto in banca. Tra amici ci si aiuta. Gli altri, invece, quelli che non sono con noi, sono contro di noi. Barboni, giramondo, morti di fame e gente fuori moda, tutti nemici della Matrice, come recita il manuale omonimo:

Legge del branco

Se esci dal branco, sarai prima temuto, poi deriso, infine odiato

Pochi vivono la paura: gli insicuri, gli umili e coloro che non riescono a convincersi di avere ragione. Negli altri scatta il riso, la beffa, la presa in giro e, alla lunga, emerge finalmente l'odio, la voglia di eliminare il pericolo, d'uccidere la pecora nera.
Ma la causa di tutto, l'emozione carburante e lubrificante, rimane la paura. E' naturale aver paura del diverso, di ciò che non conosciamo o non riusciamo a comprendere. Capita anche a me, quasi tutti i giorni, in ufficio, in treno, al bar. Spesso davanti ad un caffè, quando sento le voci, ascolto le parole, ma il significato rimane astruso. Allora è normale sentirsi a disagio.

Vi abbiamo sorpassato, eh? Non parlarne, una tristezza. Visto che gola? Pugno d'angolo, cubo puzzato nel baricentro dell'area, colpo di naso di Ciripicchio e cilindro all'incrocio dei peli. Era nullo. No no bello mio era una gola sanissima, l'albero non ha fischiettato. Ma se Cicciobello era in fuoritempo di almeno due passi, l'hanno visto tutti! Macché, stai a rosicare, perché noi svettiamo verso la bottiglia. Va là, è tutta colpa di Miciomacio, che si è fatto spellare un minuto dopo che era entrato in crampo. Ah bella quella, complimenti, gran giocatore. Visto che sfiga? E' entrato, ha fatto pallo d'adamo, s'è preso biglietto giallo e v'hanno dato petizione al limite del perimetro. Era meritata. Può darsi, ma quello ha pure tirato su col naso e deviato sulla serranda, una sfiga mai vista. Che ci vuoi fare, sai cosa diceva sempre mia mamma? Cosa diceva? Diceva che il cubo è rotondo.

Altra difetto dei giocatori di ruolo è di essere degli invasati, di parlare un gergo strano e incomprensibile, escludendo gli altri dalla conversazione. Gli altri sarebbero quelli sani, sintonizzati sulla Matrice, liberi di invasarsi in coro, che possono parlare calciolense o tivùliano, scrivere in burocratese, vantare dei loro tesori in gergo contocorrentebanchiano stretto e se non li capisci la colpa è solamente tua, mica loro.
Eppure li comprendo. Perdo i dettagli ma sento la passione, l'odore e sapore della fede cieca nella realtà, la sicurezza nei fatti. E vorrei guarire, tornare alla Matrice, vibrare nella finzione corale del branco, come quella volta, nell'estate del 1982. Vorrei ritrovare i gol di Paolo Rossi, la gioia della bandiera sventolata per le strade delle campagne. Quella era gioia autentica, perché ancora ci credevo. Credevo di aver vinto davvero, e la fede nella Matrice mi riempiva il cuore di felicità.
Non c'è niente di male a credere nella Matrice, anzi, è cosa buona e giusta. Basterebbe essere un tantino più tolleranti verso le minoranze della realtà, rispettare chi rema contro, perché se uno vede la corrente salire verso la montagna, avrà pur diritto ad andare da quella parte, no? Possiamo parlargli, spiegargli il nostro punto di vista, ma pretendere che le nostre convenzioni siano una realtà oggettiva è un tantinello arrogante e parecchio fuori luogo, visto che secoli e secoli di storia insegnano l'esatto contrario. La terra non è piatta, gli angeli non spingono i pianeti lungo le orbite, Napoleone non portava solo libertà, spazio e tempo sono relativi, la materia dipende dall'osservatore e ci sono fotoni che vanno più veloci della luce, per effetto tunnel.
Cosa abbiamo imparato dagli errori del passato? Poco o niente, nemmeno dalla guerra abbiamo imparato. Anzi: visto che di guerre, a casa nostra, ce ne sono poche, ci siamo inventati nuovi stadi e nuovi colossei, dove gladiatori in mutande si prendono a calci. E forse non è un caso, visto che lo sport è nato come simulazione della guerra, una guerra virtuale, un modo per dare emozioni forti senza uccidere nessuno, o quasi.

Arrivo sul sentiero e sento il rumore della battaglia.
- Bis! Ter! Bis! Bis!
- Quater!
Clangore d'acciaio che batte, lama contro lama, l'urlo dei compagni nella mischia.
Ho il cuore incastrato tra le tonsille e i talloni, gli alveoli partiti per le Azzorre in cerca d'ossigeno, il pancreas tutto preso da una manifestazione vegana, nata solitaria e poi assorbita da una protesta più organica - termine quanto mai azzeccato - indetta dai sindacalisti della milza in nome del diritto alla vita.
Mentre muoio rantolo resuscito un solo pensiero in testa: non si è mai visto un elfo tradire i compagni, evitar la pugna o tardare nel soccorrere gli amici. Perciò avanti, a testa bassa e spada alta, lungo il sentiero, verso le spalle del nemico, che si fa vicino, vicino, sempre più vicino, finalmente mi vede, ma è troppo tardi. Gli sono addosso con tutta la rabbia della sorpresa, la furia della salita, l'entusiasmo del giocatore soddisfatto. Perché v'è nulla di più vero della finzione.
Un po' come la Matrice.


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