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Dentro e fuori la matrice

Maggio 2009


Sono tornato alla Matrice per scelta.
Volevo una figlia, un'anima vergine a cui donare il mondo, e per farlo mi serviva il permesso della società, il benestare, l'approvazione. Insomma un lavoro. Che detto tra noi non è necessario, è una bufala colossale, ma la gente ci crede quindi è vero. Non mi pento di essere di nuovo una rotella del sistema. Non è male, anzi è divertente, come tutte le novità. La sveglia, il treno, il metrò, i colleghi, l'ufficio, il pranzo al sacco al parco. Mi regalo quaranta minuti di verde silenzio solitudine, quasi ogni giorno. Un lusso. In treno mi nascondo dietro un libro o mi faccio scudo a forza di mp3, non si sa mai qualche altra rotella volesse fare amicizia.
Si chiama strategia inclusiva, superamento e sublimazione dell'integrazione sociale. Perché ad integrarmi, io, ci ho rinunciato.
Sarebbe come dire ad un cucciolo di antilope di fare amicizia coi leoni.
Negli ultimi vent'anni mi sono sentito compreso solamente da barboni, marocchini e avanzi di galera. E dagli amici più cari, forse; quelli che sento una volta al mese, per intenderci. Perché la Matrice vive del nostro tempo, segna i confini dei nostri spazi e divora la nostra anima. Non è doloroso essere masticati e digeriti, passando da uno stomaco all'altro del grande mostro ruminante. Ci prepara per i vermi e dà sicurezza.

E' questo il punto: il bisogno di sicurezza. Per qualche strano motivo io ne sono immune. La mia è una patologia. Ho vissuto per oltre dieci anni senza stipendio fisso, perennemente in affitto, lavorando in media solo tre ore al giorno. Diversi occhi sbarrati esterrefatti, anno dopo anno, mi hanno posto sempre la stessa domanda: ma come fai? Come fai a pagarti gli studi, l'affitto, la benzina, il mangiare i vestiti e tutto il resto? La risposta era sempre quella: "Facile: non faccio. Non compro abiti nuovi, non vado in pizzeria, non entro nei negozi, non guardo la televisione, non uso la lavatrice. Invece compro abiti usati, mangio al sacco, riciclo i mobili, lavo a mano, vado a piedi e soprattutto non guardo la televisione." Quando hai tempo libero non serve il biglietto dell'autobus. E non serve nemmeno il cellulare, basta trovare una cabina telefonica, rara specie tecnologica in estinzione. Ci preoccupiamo delle balene, dei delfini e dei panda, ma abbiamo lasciato morire di inedia e trascuratezza centinaia di cabine telefoniche, forse migliaia. Un olocausto elettronico, un sacrificio al dio Capitalista del consumo-ad-ogni-costo. Ma questa è un'altra storia ...
"E sei felice?" mi chiedevano. Sì, ero talmente felice che sentivo il bisogno di condividere la soddisfazione e la gioia della libertà. Un bisogno così forte da minare la felicità stessa che mi spingeva alla condivisione. Un circolo vizioso, sorgente di tutti i problemi, causa di ogni depressione, grottesco assurdo circuito autodistruttivo di energie emotive. Così eccomi qua, figliol prodigo della Matrice, pecorella tornata all'ovile per condividere la libertà. Assurdo, no?

Eppure sono fortunato, perché ho scelto. Vedo uffici riscaldati a 25 °C in inverno e a 20 °C in estate, abiti lindi e stirati, palmari di ultima generazione dal display sfavillante ma discreto e penso: loro non hanno scelto. Loro credono davvero che queste cose siano belle, utili, necessarie, e che valga la pena lavorare per averle. Ci credono perché hanno bisogno di certezze, ma non ne sono sicuri. Dentro di loro, sepolto sotto neri strati di fuliggine solidificata nel tempo c'è il dubbio che forse il denaro non serva. Nei loro occhi brilla la paura, la tremenda angosciante paura che un'altra vita sia davvero possibile.
La vedo ogni volta che me ne esco con qualche gaffe non voluta. Non ricevo sguardi compassionevoli, non suscito risate di scherno, non avverto pietà. Invece leggo cieco terrore nei loro occhi, colgo sguardi sfuggenti e sudori freddi. Hanno paura.
E' la paura che alimenta l'odio e il disprezzo per chi sceglie di essere povero. Barboni, zingari, santoni, poeti e giramondo sono un insulto alla ricchezza, e lo sono semplicemente perché esistono. Potrebbero vivere per i fatti loro sotto un ponte, senza rubare, senza spacciare, senza frequentare i quartieri "in" della città, ma resterebbero comunque una minaccia, un pericolo, un'offesa al consumismo sfrenato. Chi vive fuori dalla Matrice va allontanato, nascosto e denigrato. La gente ha bisogno di credere che non si possa essere poveri e felici al tempo stesso, DEVE essere impossibile. Uno che vive così non può avere figli, sarebbe un atto di egoismo senza amore. Invece bisogna chinare il capo, inumidire candidi colletti bianchi e farsi una posizione. Novanta gradi vanno benissimo.
Così eccomi qua. Ho portato anche la vasellina, non si sa mai.

Guardo fuori dal finestrino e vedo Gaia piangere al posto mio. Lacrime scarlatte brulicano sui binari lanciati a tutta velocità, una miriade di papaveri sospesi nel vuoto, tra spinaci selvatici, vitalba e tarassaco. Tutto mi ricorda la vita fuori dalla Matrice. E' la forza del Paradosso, che tortura ed assilla tutti quelli come me, rimasti "fuori" troppo a lungo dal sistema. Quelle piante una volta io le mangiavo. Altro che supermercato, erboristeria o fiori di Bach. Una passeggiata sui Colli Euganei per pulire i polmoni, allenare le gambe e portavo a casa la cena. Persino gli zingari sotto il ponte, prima di Sesto San Giovanni, mi fanno simpatia. Una parte di me gli invidia, vorrei tirare il freno d'emergenza, scavalcare il muretto, comprare una birra e sedermi tra loro, da amico.
Sono bravi, gli zingari di Sesto. Che poi zingari non sono, sembrano più un'accozzaglia di barboni, poveracci, immigrati e senzatetto. Mi piacciono perché mettono in pratica, anche se maluccio, il Manuale d'Uscita della Matrice: raccolgono mobili usati, accendono fuochi da campo, comprano tende economiche che spostano seguendo il balletto delle nuvole e del sole. Certo, fanno degli errori. Forse dovrei tenere corsi di sopravvivenza per zingari principianti. Quella tenda là, ad esempio, è in un buca, si riempirà alla prima pioggia. Quel materasso usato come paravento è uno spreco, sarebbe meglio una lamiera, ne ho vista proprio una poco lontano dal ponte. E tutto quel Buon Enrico si mangia, non si butta via così. Spreconi.

Ho scritto la prima bozza del Manuale d'Uscita della Matrice all'età di quattordici anni, all'inizio si chiamava "Pianeta Terra: istruzioni per l'uso", titolo chiaramente adolescenziale, scartato con i primi barlumi di maturità. Vent'anni dopo, quando decisi di tornare dentro la Matrice, ho iniziato a sfoltire cernire aggiungere pagine. Ho scattato anche un po' di foto, per aiutare le rotelle del mondo a trovare la strada per "uscire fuori". Il mio è un lavoro chiaramente inutile, perché le rotelle, per definizione, fanno di tutto per restare ben dentro la Matrice, al sicuro. Ma ho intenzione di leggervi ugualmente qualche brano del Manuale, prima o poi.

Ecco, il treno sta arrivando in stazione e io, invece, non sono ancora arrivato al punto. Mi sono perso per strada, come sempre. Non sono qui per parlarvi delle cabine telefoniche in estinzione, né del Manuale d'Uscita dalla Matrice, ma del fantasma di mio padre. Perché sono tornato alla Matrice anche per ritrovare lui, lui che dalla Matrice non è mai uscito, nemmeno in punto di morte. E finalmente l'altro giorno, parlando con l'Oracolo, l'ho ritrovato. Un po' freddo, un po' dimagrito, chiaramente morto, ma non c'erano dubbi. Era mio padre.

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